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«Basta che mi dica: mamma, sono vivo». Storie di ucraine (italiane)

   Nataliya della guerra ha sentito l’odore: «È la cosa che più mi ha colpito, era ovunque nell’aria, non avevo mai respirato nulla di simile». In Italia dal 2005, colf, 42 anni, l’estate scorsa ha preso un treno da Lviv a Harcov carica di diciotto pacchi da distribuire ai villaggi lungo la linea del fronte. Da sola. «Volevo dare un contributo concreto». Anche lei ha un parente in armi, il nipote Valodia, 34 anni, ferito a una gamba a gennaio.

Nei ritratti di donne ucraine incontrate dal fotoreporter Ivan Sarfatti, Nataliya è un’eccezione: nessun’altra si è spinta così lontano. Halyna, Rosa, Alessia, Alla, Nina, vivono in case di Roma o Milano, badanti, baby sitter, domestiche, raccolgono provviste e abiti usati da spedire, manifestano in piazza sotto le insegne di Kiev (vengono dalle regioni occidentali), ma oltre il Pantheon o l’Arco della Pace non possono andare. Lavorano qui. Il reportage di Sarfatti, con le immagini della quiete italiana a contrasto con le foto dei parenti in tenuta militare, vuole dare il senso di questa lontananza forzata e sofferta.

I letti da rifare e le preghiere alla chiesa ortodossa, i bambini da accudire e le notizie recuperate in rete, i panni da lavare e il cellulare che deve restare sempre carico. Alessia, quando può, telefona al figlio per tranquillizzarsi: «Basta che mi dica: “Sono vivo”». Rosa il suo Bogdan, 34 anni, a lungo ha preferito non chiamarlo: componeva il numero della nuora e a lei chiedeva notizie. Quando, infine, si è collegata via Skype e l’ha visto, «era invecchiato di vent’anni».

Ora è tra i soldati che combattono a Mariupol. Olga, 22 anni studiava medicina: è stata arruolata come infermiera e spedita in un ospedale da campo a Luhansk. Da Corbetta, Milano, la sorella Alla vorrebbe farla venire in Italia. Il fratello di Nina, invece, è partito volontario. Ed è ancora al fronte.] Nataliya della guerra ha sentito l’odore: «È la cosa che più mi ha colpito, era ovunque nell’aria, non avevo mai respirato nulla di simile». In Italia dal 2005, colf, 42 anni, l’estate scorsa ha preso un treno da Lviv a Harcov carica di diciotto pacchi da distribuire ai villaggi lungo la linea del fronte. Da sola. «Volevo dare un contributo concreto». Anche lei ha un parente in armi, il nipote Valodia, 34 anni, ferito a una gamba a gennaio.

Nei ritratti di donne ucraine incontrate dal fotoreporter Ivan Sarfatti, Nataliya è un’eccezione: nessun’altra si è spinta così lontano. Halyna, Rosa, Alessia, Alla, Nina, vivono in case di Roma o Milano, badanti, baby sitter, domestiche, raccolgono provviste e abiti usati da spedire, manifestano in piazza sotto le insegne di Kiev (vengono dalle regioni occidentali), ma oltre il Pantheon o l’Arco della Pace non possono andare. Lavorano qui. Il reportage di Sarfatti, con le immagini della quiete italiana a contrasto con le foto dei parenti in tenuta militare, vuole dare il senso di questa lontananza forzata e sofferta.

I letti da rifare e le preghiere alla chiesa ortodossa, i bambini da accudire e le notizie recuperate in rete, i panni da lavare e il cellulare che deve restare sempre carico. Alessia, quando può, telefona al figlio per tranquillizzarsi: «Basta che mi dica: “Sono vivo”». Rosa il suo Bogdan, 34 anni, a lungo ha preferito non chiamarlo: componeva il numero della nuora e a lei chiedeva notizie. Quando, infine, si è collegata via Skype e l’ha visto, «era invecchiato di vent’anni».

Ora è tra i soldati che combattono a Mariupol. Olga, 22 anni studiava medicina: è stata arruolata come infermiera e spedita in un ospedale da campo a Luhansk. Da Corbetta, Milano, la sorella Alla vorrebbe farla venire in Italia. Il fratello di Nina, invece, è partito volontario. Ed è ancora al fronte.

http://sociale.corriere.it/

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