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L’Osservatorio Nazionale sull’Inclusione Finanziaria dei Migranti e la ricerca sulle imprese

   L’imprenditorialità degli immigrati in Italia è una realtà sempre più spesso oggetto d’attenzione e di studio. Negli ultimi anni la dinamicità ed i tassi di crescita di queste imprese hanno saputo richiamare l’attenzione di studiosi, politici ed esperti del mondo imprenditoriale.

Laddove le concentrazioni di specifiche collettività nazionali sono più concentrate, si sono avviate varie iniziative, ma il tema rischiava comunque di essere trattato come caso, senza elaborare approfondimenti che ci aiutassero a comprendere in che maniera questo fenomeno strutturale sia contribuendo a cambiare il volto del paese e a connetterlo sempre più con paesi lontani.

Nel 2012 il CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) ha l’occasione di approfondire, tra gli altri questo tema grazie al Progetto dell’Osservatorio Nazionale sull’Inclusione Finanziaria dei Migranti, finanziato dal Ministero dell’Interno e dal Fondo Europeo per l’Integrazione dei Cittadini dei Paesi Terzi, grazie alla collaborazione con l’Associazione Bancaria Italiana (ABI), e che ha come obiettivo quello di analizzare e monitorare l’inclusione finanziaria dei migranti ed elaborare strategie per il suo rafforzamento.

L’inclusione finanziaria ha dimostrato di essere una leva importante per favorire e accelerare il processo di integrazione e di partecipazione dei nuovi italiani e punto particolarmente importante, lo sviluppo di una relazione positiva con gli intermediari finanziari è essenziale per l’inserimento lavorativo, l’acquisto della casa, la creazione di un risparmio con un profilo assicurativo e l’eventuale avvio di attività imprenditoriali.
Come evidenziato da precedenti ricerche ABI-CeSPI, il rapporto fra immigrati e banche ha registrato in questi anni uno sviluppo importante, appare chiaro che il sistema finanziario può costituire un punto di riferimento importante per il l’imprenditoria immigrata alla ricerca di sostegno e percorsi di sviluppo di forme imprenditoriali a maggiore valore aggiunto.
Negli anni non sono mancate iniziative per sostenere questi processi. Oggi, però, è sempre più chiara la necessità, per garantirne l’efficacia, di adottare un approccio di sistema, capace di integrare le strategie degli operatori con adeguati strumenti di policy e regolamentari.

L’area di indagine sull’imprenditoria ha realizzato in questi anni analisi quantitative e qualitative per identificare i modelli di imprenditorialità più evoluti, approfondirne i comportamenti e i bisogni finanziari e il rapporto con le banche. Ci si è proposti di verificare l’ipotesi per cui il rafforzamento e lo sviluppo dell’imprenditoria immigrata avrebbe una ricaduta positiva sul sistema produttivo delle piccole e medie imprese italiane. Sono state analizzate in modo specifico tre tipologie di imprese: le imprese femminili, le imprese “complesse” e le business community.
Il quadro che man mano appariva è di grande complessità e forza. In questi ultimi anni l’imprenditoria con titolare e socio nato in un paese terzo ha sostenuto il saldo positivo delle imprese in Italia, pur soffrendo una crisi che solo dalle ultime battute del 2013 sembra lasciare più spazio a buone prospettive.

Il contesto economico italiano infatti, anche per il 2013 ha confermato il segno negativo seppur con segni di ripresa. Gli indici di fiducia delle imprese sono migliorati in dicembre, collocandosi sui livelli osservati all’inizio del 2011.
Nel 2013 l’imprenditoria staniera sfiora le 500mila unità, pari all’8,20% del totale delle imprese registrate in Italia; Napoli, Roma, Monza e Milano sono le province che registrano i tassi di crescita più consistenti. Le imprese a guida straniera si sono espanse a un ritmo di gran lunga superiore a quello del totale delle imprese (+4,88% nel 2013 a fronte del +0,21% del totale).  

Secondo Unioncamere, il valore aggiunto derivante dall’attività degli occupati stranieri nel 2011  ha raggiunto una incidenza del 12,8% sul PIL, pari a 178,5 miliardi di euro in termini nominali.

Le prime 20 comunità con titolare o socio immigrato sono: Marocco, Cina, Romania, Albania, Bangladesh, Egitto, Senegal, Tunisia, Pakistan, Nigeria, Serbia e Montenegro, Argentina, Brasile, Polonia, Macedonia, India, Mondavia, Ucraina, Perù ed Ecuador.

I numeri ed i tassi di crescita sono importanti: dai 64.000 del Marocco, alle 52.000 di Cina e Romania; con il Bangladesh che avanza a ritimi elevati, solo nel 2013 sono nate 3.500 nuove imprese per questa sola collettività.
Le donne continuano a crescere con una incidenza media di cira ¼ del totale, affermando la propria posizione nei settori di cura, dei servizi, ma anche ristoriazione e accoglienza alberghiera.

La collettività ucraina ha una lunga storia tutta al femminile. Le donne che abbiamo avuto modo di incontrare ci hanno raccontato le loro esperienze, di come la rete abbia sempre funzionato per dare sostegno ai propri membri. Per trovare casa, lavoro, un aiuto a sbrigare le pratiche burocratiche o semplicemente un punto di riferimento culturare in un paese nuovo.

La specializzazione è per lo più nel settore dei servizi e di cura alla persona, ma ci sono anche attività commerciali e di import export, poco conosciute ma sicuramente da valorizzare.

Conoscere questi imprenditori, approfondire la conoscenza di punti di forza e debolezza ma soprattutto delle opportunità di questa nuova fetta d’imprenditoria italiana ci ha dato gli elementi per poter elaborare strategie e proposte politiche per poter valorizzare ancora di più il loro slancio positivo. Per maggiori informazioni vi invitiamo a seguire il sito www.migrantiefinanza.it e sin da ora vi annunciamo che questo autunno saranno presentati i risultati della ricerca a Roma.

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